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„Dedali“ ruft den Mythos des kretischen Labyrinths in Erinnerung, ein Ort, an dem die Regelmäßigkeit der Formen den Überblick verlieren lässt und durcheinander bringt, weil es den Ausgangspunkt versteckt. Dies ruft eine Art Schwindel hervor, der, um überwunden zu werden, einen anderen Beobachtungspunkt braucht, einen Moment der Abstraktion, eine Rationalität, die durch die Fotografie ermöglicht wird. Die Fotografien, die hier vorgestellt werden, sind Bilder aus dem Alltag, aufgenommen aus einem persönlichen Blickwinkel, um das Abstrakte außerhalb des physischen Ortes zu erfassen: die mentale Dimension, die den Objekten und den Orten ihre geheimen ästhetischen Sinne schenkt. Die Neugierde des Autoren wird erweckt vom Spiel der Linien sowie des Lichts und des Schattens in ihrem wechselseitigen Verhältnis, von der Ausstrahlung regelmäßiger Strukturen und gleichmäßiger Wiederholungen, wie bei den Molekülen und Kristallen in seinem Beruf. Gleiches gilt für die ständige Anwesenheit von Chaos unterhalb der Oberfläche. Das Thema von Ordnung und Unordnung und von deren widersprüchlichen Koexistieren taucht deutlich in den Fotografien auf: Es gibt immer eine Ordnung, auch in der Unordnung. Und andersherum existiert immer ein fremdes Element, das die langweilige Regelmäßigkeit der Form unterbricht, um zu zeigen, dass diese zwei Elemente in der Wirklichkeit stets zusammen vorkommen. Gleichzeitig kann die Reihe der Bilder auch als Dialog gelesen werden, kontrapunktisch zwischen Natur und Architektur. Die komplizierte Struktur, die die Natur entwickelt, um die einfache Struktur herum, die der Mensch baut. Hier liegt ein weiterer scheinbarer Widerspruch, der sich in der Überlegung auflöst, dass sich alles um einen einzelnen Kern dreht und dass nur der Blickpunkt oder der Maßstab der Beobachtung ihn mal ordentlich, mal unordentlich zeigt, mal natürlich und mal als Tat des homo faber.


“Dedali” richiama il Labirinto del mito cretese, un luogo in cui la regolarità delle forme fa perdere la veduta d’insieme e confonde, nascondendo la via d’uscita. Produce una sorta di vertigine che richiede, per essere vinta, un punto di osservazione alternativo, un momento di astrazione, una razionalità che la fotografia può rappresentare. Le fotografie qui presentate sono immagini della quotidianità riprese con un taglio, una inquadratura personale, come per cogliere quello che c’è di astratto oltre lo spazio fisico, dietro l’aspetto visivo, la dimensione mentale che dona agli oggetti e ai luoghi il loro segreto senso estetico. La curiosità dell’autore è sollecitata dal gioco delle linee, delle luci e delle ombre nel loro rapporto reciproco, dal fascino delle strutture periodiche e delle ripetizioni regolari, come nelle molecole e nei cristalli del suo lavoro. Ma anche dalla presenza costante e sotterranea del caos. Il tema dell’ordine e del disordine e della loro contraddittoria convivenza emerge chiaramente nelle fotografie presentate: c’è sempre un ordine anche nel disordine e viceversa esiste sempre qualche elemento estraneo a rompere la monotona regolarità delle forme a mostrare che questi due elementi coesistono sempre nella realtà in cui viviamo. Parallelamente la serie di fotografie può anche essere letta come dialogo, contrappunto tra natura ed architettura. Le strutture complesse sviluppate dalla natura intorno a strutture semplici e lineari costruite dall’uomo. Anche qui un’altra apparente contraddizione che si risolve nella considerazione che tutto gira intorno ad un unico nucleo originario e che solo il punto di vista o la scala dell’osservazione ce lo mostra ora ordinato ora disordinato, ora naturale ora pura opera dell’homo faber.


In questa occasione sono presentate una trentina di immagini fotografiche, in prevalenza in bianco e nero, eseguite negli ultimi dieci anni in varie parti d’Europa: in particolare le città in cui abitualmente vive, Roma e Berlino, ma poi anche l’Olanda, Palermo, Orvieto, la Finlandia come mete dei suoi viaggi. La caratteristica che unisce le immagini presentate e che è il filo conduttore della mostra non è legata però ad alcun luogo geografico particolare, non c’è intento documentaristico. Piuttosto sono immagini della quotidianità riprese con un taglio, una inquadratura personale, come per cogliere oltre lo spazio fisico quello che di astratto c’è sempre dietro le immagini e che spesso dona agli oggetti riprodotti il loro senso estetico. Quello che ha svegliato la curiosità dell’autore è il gioco delle linee, la geometria delle luci e delle ombre nel loro rapporto reciproco, il fascino delle strutture periodiche e delle ripetizioni regolari, come nelle molecole e nei cristalli del suo lavoro, ma anche la presenza costante del caos. Il tema dell’ordine e del disordine e della loro contraddittoria presenza emerge chiaramente nelle fotografie presentate: c’è sempre un ordine anche nel disordine e viceversa esiste sempre qualche elemento estraneo che rompe la monotona regolarità delle forme. Una facciata di un edificio, un tronco d’albero il riflesso di un monumento mostrano, nel gioco delle linee, degli spazi, delle luci e delle ombre, che ordine e disordine coesistono sempre nella realtà in cui viviamo. Parallelamente la serie di fotografie può anche essere letta come dialogo, contrappunto tra natura ed architettura. Le strutture complesse sviluppate dalla natura intorno a strutture semplici e lineari costruite dall’homo faber. Anche qui un’altra apparente contraddizione che si risolve nella considerazione che tutto gira intorno ad un unico nucleo originario e che solo il punto di vista o la scala dell’osservazione ce lo mostra ora ordinato ora disordinato, ora naturale ora pura opera dell’uomo. Il titolo della mostra “Dedali” richiama il Labirinto del mito cretese, un luogo in cui la regolarità delle forme fa perdere la veduta d’insieme e confonde, nascondendo la via d’uscita. Produce una sorta di vertigine che richiede, per essere vinta, un punto di osservazione alternativo, un momento di astrazione, una razionalità che la fotografia può indicare.